La vera storia di Carlos, Elisabetta, Filippo

Nella realtà, la lunga guerra tra la Francia dei Valois e la Spagna degli Asburgo, iniziata da Francesco I e Carlo V, si conclude tra i loro figli e successori Enrico II e Filippo II nel 1559 con il trattato di Cateau-Cambrésis, comprendente tra le sue clausole la stipulazione di un’alleanza matrimoniale tra le due case reali. Il giovane Carlo, figlio di primo letto di Filippo, aveva allora 14 anni ed era già affetto da sindromi di carattere psichiatrico (ricorrenti nella famiglia degli Asburgo), per cui venne esclusa quasi subito l’eventualità di un matrimonio tra lui e la sua coetanea Elisabetta, figlia di Enrico II.

La principessa andò quindi in sposa al sovrano spagnolo, allora trentaduenne; il matrimonio sembra essere stato tutto sommato felice, allietato dalla nascita di due bambine, a cui poi il padre avrebbe affidato incarichi di un certo rilievo. Elisabetta morì comunque molto giovane, a 24 anni.

Per quanto riguarda il giovane principe, venne effettivamente emarginato dalla politica attiva e dalla vita di corte, ma appunto a causa dei propri gravi problemi psicoemotivi di tipo paranoico-schizoide, che si concretizzavano soprattutto in violente crisi di ira accompagnate da intemperanze verbali di ogni tipo, del tutto inammissibili in un ambiente di rigida etichetta come una corte del tardo Cinquecento. All’inizio del 1568 venne relegato in una torre sotto stretta sorveglianza; morì nel luglio di quello stesso anno, in circostanze non del tutto chiarite. Dopo poche settimane morì anche Elisabetta, di parto.

 

 

 

 

 

 

 

 

La fantasia popolare si impossessò subito delle due figure più giovani dell’austera corte di Filippo II, ipotizzando tra i due l’esistenza di un amore infelice che in realtà non ci fu. Elisabetta non aveva mai visto Carlo prima di giungere in Spagna e lo incontrò pochissimo anche in seguito; Carlo, da parte sua, era fidanzato alla cugina Anna e le dimostrò sempre grande affetto. L’unica realtà effettiva è la simpatia spesso manifestata da Carlo per i protestanti delle Fiandre: forse è anche vero che abbia architettato un piano per mettersi a capo della rivolta, senza però avere i mezzi né caratteriali né economici per realizzarlo. 

 

Altre fonti di Verdi

Verdi e in due librettisti francesi che lavorarono con lui, prima François-Joseph Méry e alla sua morte Camille Du Locle, ebbero a disposizione molte informazioni su Don Carlo. Sin dall’indomani della morte del principe (nel libretto lo si chiama “infante”), si scrisse molto di lui, perché sia la sua vita sia la sua morte furono subito circondate da un’atmosfera un po’ misteriosa.

Sicuramente i tre lessero il dramma di Schiller, ma altrettanto sicuramente si fecero suggerire alcuni passaggi della vicenda anche da fonti meno illustri. Lo studioso inglese Julian Budden, un grande ed esperto lettore delle opere di Verdi, indica accanto a Schiller, l’importanza di un’opera del francese E. Cormon, Filippo II Re di Spagna, rappresentato senza successo a Parigi nel 1846, ma anche delle incisioni che rappresentano un auto da fé. Giusto così per campanilismo ricordiamo che anche il nostro Alfieri aveva scritto un Filippo II nel 1776.

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