Il mito di Vienna nel RosenKavalier

Ma cosa vuol dire “Il mito di Vienna”, ai fini della nostra rappresentazione? Sapete cos’è un mito? Certo, voi avrete sicuramente studiato gli antichi miti greci e sapete cosa vuole dire che un calciatore o un cantante sono mitici.

Secondo gli antichi greci, il mito altri non è che un racconto che, come il ragionamento, intendono dimostrare qualcosa; la differenza fra un modo logico e astratto  (la parola greca è logos) e un modo mitico, sta nel fatto che il mythos (così si dice in greco) è più poetico, divertente, gioioso. Come dire: le verità noi le possiamo raccontare in modo ragionato o un po’ più infiorettato.

Vienna, quindi, era davvero una grandissima città, piena di artisti e di vita. Basterebbe elencare un po’ di personaggi che vivevano all’inizio del Novecento nella capitale dell’impero che capire cosa vogliamo dire: Richard Strauss, Hugo von Hofmannshtal, Sigmnud Freud, Gustav Mahler, Arnold Scoenberg, Gustav Klimt, Egon Schiele, Karl Kraus, Joseph Roth, Hermann Broch, Steven Zweig, Arthur Schnitzler, Franz Werfel, Alban Berg, Robert Musil, Ludwig Wittgestein, Franz Kafka, Otto Wagner, Max Klinger, Oskar Kokoschka, Max Reiinhardt, Karl Popper, Ernst Gombrich, Bruno Bettelheim, Elias Canetti, Leo Perutz, Alexander Lernet-Holenia. Tutti questi artisti, musicisti, filosofi, architetti, psicologi, chi prima chi poi, frequentò Vienna e dedicò almeno parte della sua opera a raccontare, in modo che si avvicinasse al mito, come si viveva nella comunità dell’impero, mentre altrove, un po’ in tutto il mondo, le cose cambiavano rapidamente, la società diventava molto simile a quella che conosciamo noi, dove tutto è movimento, velocità, dove nascevano industrie gigantesche, venivano scoperti (e conquistati dagli occidentali) pezzi di continenti sconosciuti, si andava al cinema, si tentava prima e si riusciva poi a volare.

Insomma come dice Baumann: fuori  dal tetto dell’impero tuonava e tirava vento (i venti sono anche semplicemente i venti del cambiamento, non sono sempre elementi di distruzione, no?) e sotto “il tetto” dell’impero si raffinava un modo di vedere la vita e l’arte assolutamente unico e straordinario. Ma c’è dell’altro: pensate che il pensatore forse più importante del Novecento, Sigmund Freud, che ha inventato un modo nuovo per indagare le malattie mentali, ma anche più semplicemente i sogni, lavorava a Vienna.

La figura di Freud ci introduce anche ad un altro aspetto della costruzione del mito di Vienna: molti artisti, intellettuali che operarono nella città furono poi costretti a scappare dall’Austria perché erano ebrei e anche questo contribuì a far loro rimpiangere, la Felix Austria nella quale avevano vissuto, “l’età dell’oro della sicurezza”, come dice Zweig.

La vita culturale si svolgeva nei caffè: questo luogo è tipico della vita dell’Europa. Non lo diciamo noi, ma un grandissimo studioso che si chiama George Steiner, che ritiene il caffè come uno di questi segni che contraddistingue (dall’America, dall’Asia..) l’identità europea. Ma Vienna condivide con il resto d’Europa (e contribuì a crearlo) un altro carattere importante. Ascoltiamo cosa dice Steiner: “è come se l’Europa, a differenza delle altre civiltà, avesse intuito di essere destinata al collasso, sotto il peso paradossale dei propri trionfi e dell’insuperata ricchezza e complessità della propria storia”. Non è un caso che riferendosi alla prima guerra mondiale, Karl Kraus, avesse scritto un lavoro per il teatro dal titolo Gli ultimi giorni dell’umanità.