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Fidelio il Volto della Libertà – riduzione dall’opera di L.Van Beethoven

18 Nov 2014

Era un anno speciale quello in cui si verificarono i fatti che stiamo per raccontare, ma non vi dirò quale, perché non ha nessuna importanza.

Poiché questa storia narra della libertà e dell’ingiustizia e non vorrei che pensaste che la ricerca della libertà e lo sfoggio prepotente del potere siano momenti lontani per noi nello spazio e nel tempo. Gli uomini hanno sempre cercato la libertà e la pace, ma, come è accaduto molte volte nella storia, spesso hanno smarrito la via, dimenticato la geografia, confuso i percorsi, perso il tempo prezioso e breve della vita ad operare il male, poiché ciechi hanno badato al loro interesse con la violenza e con gli eserciti senza avvedersi che la pace e la libertà non potevano essere ottenuti che con l’amore e la comprensione.

Qual è il volto della libertà? Alcuni credono che sia un volo di colombe, altri un grande cielo azzurro, altri ancora cavalli che corrono nel vento, ma io dico che la libertà è una donna arrabbiata con gli umani per la loro incapacità di capire, una sposa data per scontata, un’amante abbandonata per distrazione e leggerezza. La storia sembra scorrere su un una linea circolare, un serpente che si avviluppa sul proprio corpo tornando sovente al proprio inizio.

Gli uomini compiono gli stessi errori, ricominciando sempre dal principio….e come semplici pedine abitano il presente con la loro piccola arroganza o il loro candore, credendosi taluni immortali, altri troppo fragili per opporre al destino un minimo ostacolo.

Buoni, cattivi, ingenui, crudeli…. erbe cattive, erbe medicinali…Ma io, che sono vecchio e che ho veduto quello che anche voi adesso vedrete vi dico che forse non vi sono né cattive erbe né cattivi uomini: vi sono soltanto cattivi coltivatori…e il vero tiranno amici miei non veste altro che i colori dell’ignoranza.

Florestan era un uomo giovane, uno degli uomini migliori che abbia mai incontrato, retto, intelligente, buono, innamorato della giustizia. Florestan aveva una moglie, giovane come lui, bella e coraggiosa, ella amava la vita, la pace e la bellezza.

Sulla loro strada giunse un giorno Pizzarro, potente Governatore della terra nella quale vivevano, inviato da un Ministro giusto, egli però operava con acredine e crudeltà, si beffava della legge e aveva paura. Le sue nefandezze si succedevano una all’altra, le sue soverchierie dipendevano dall’umore con il quale si alzava al mattino.

Florestan tentò per un po’ di ignorare ciò che stava avvenendo nel suo paese, tentò come poté di resistere al grido di giustizia che si agitava dentro di lui, ma poi la voce si fece troppo forte per non udirla e allora parlò, rivendicò spiegazioni, equità, diritti.anderwien

Pizzarro si sentì scoperto, e capì che il modo più semplice per evitare guai era eliminare Florestan. Ecco, l’obbiettivo. La vanità del potere che aveva, la presunzione della sua carica lo accecarono. Fece rinchiudere Florestan in una orrenda prigione, senza giustificazione, senza un processo, senza una parola, e Florestan sparì.

La prigione era orrenda, il cibo poco, la cella angusta. Leonore sua moglie si disperò, chiese, ma nessuno rispondeva. Nessuno parlava. Il suo uomo, l’uomo che amava e con il quale aveva sognato di trascorrere il resto della sua vita sembrava perduto per sempre. Ma lei non voleva, non poteva accettarlo. Si lasciò per giorni andare alla disperazione, e scrisse e chiese, e chiese ancora ma niente, nessuno sembrava sapere dove si trovasse l’amato. Il potere di Pizzarro era enorme. Niente le indicava un percorso, una strada, un luogo. Poi un giorno si riscosse dal torpore. Lei lo avrebbe trovato. Lei lo avrebbe salvato. A qualunque, qualunque costo.

E così fece l’estremo sacrificio. Si tagliò i capelli. Si fece misera, si travestì da uomo. Gettò al vento la bellezza, la delicatezza e l’eleganza, gettò al vento tutte le cose per le quali Florestan l’aveva amata e partì con fiero proposito di ritrovarlo. Passarono mesi nelle ricerche fino a quando Leonore che aveva preso nel frattempo il nome di Fidelio giunse in una orrenda prigione.

E in quella prigione si fece assumere come guardiano.

Molti erano i prigionieri di quel luogo terribile, detenuti che avevano un tempo creduto nella verità e che per quel motivo vi erano stati rinchiusi. La vista di quelli infelici la distruggeva, ogni notte togliendosi gli abiti da uomo ricordava con spavento il suo corpo seducente di donna di anni addietro senza la speranza che ci sarebbe stato un domani, un futuro che l’avrebbe riportata fra le braccia del suo perduto amore. Ma non si abbatteva, continuava a cercare.

Il guardiano principale della prigione, Rocco, era un uomo buono e cortese, che le voleva bene come ad un figlio. Ma che non sapeva e non poteva capire la disperazione in cui Fidelio si trovava. Solo dopo molte insistenze Rocco accettò che un giorno di primavera i carcerati che da anni non vedevano il sole fossero condotti nel cortile per un poco d’aria. Fidelio col cuore colmo di paura girava fra quegli uomini in cerca di lui. Florestan, il suo amore, il suo amico, il suo compagno, il suo sogno.

Ma niente, Florestan non c’era fra quegli uomini tristi e stanchi, fra quegli uomini in prigione per le loro idee, per le loro domande, per i loro pensieri. Poi però capì. Nella prigione c’era un altro detenuto che non si trovava con gli altri nelle grandi celle. Era un detenuto ritenuto pericoloso, spaventoso. Egli era richiuso nelle segrete dell’edificio.

Che fosse lui il suo caro marito?

Un giorno il terribile Pizzarro giunse alla prigione, aveva ricevuto una lettera che lo avvisava che il Ministro era venuto a conoscenza del suo abuso di potere, del suo spaventoso comportamento, e che l’indomani sarebbe giunto per accertarsi personalmente del suo operato. Pizzarro allora parlò con Rocco , non era sufficiente dare sempre meno cibo al detenuto “speciale” per lasciarlo scivolare verso la fine, bisognava eliminarlo subito. Se fosse stato trovato in vita, Pizzarro sarebbe stato incriminato. “Rocco!” disse Pizzarro “domani andrete nella segreta e scaverete una fossa e dopo aver ucciso il prigioniero lo seppellirete in quella fossa così che nessuno sappia mai più nulla di lui. Ma Rocco si indignò: “Io non ucciderò il prigioniero. Io sono un guardiano non un assassino! Se morte ci dovrà essere non sarà per mia mano.” Egli si infuriò ma non poté che accettare i fatti. Lo avrebbe ucciso lui allora e senza cerimonie. Che Rocco si preoccupasse di scavare la fossa poi avrebbe lui stesso pensato a tutto il resto. L’appuntamento era preso. Gli impegni assunti.

Ma Rocco era troppo vecchio per fare quell’orribile lavoro da solo.

E allora Fidelio si offrì di aiutarlo . “Non preoccupatevi Rocco di scavare la buca vi aiuterò io poichè l’aria insalubre della segreta è troppo faticosa per voi da respirare perché possiate fare tutto il lavoro da solo.” Rocco dubitava, aveva paura, paura per se e paura per Fidelio, che era così gracile, e così educato, ma alla fine accettò. Scesero nelle segrete nelle quali è sempre notte, nelle quali il crepuscolo e l’aurora si contendono chi dei due debba essere. L’umidità saliva lungo la spina dorsale di Fidelio, l’aria era insalubre e ammuffita, e lei ormai sapeva che chiunque fosse stato il prigioniero, anche se avesse scoperto che non era l’amato Florestan, ella lo avrebbe liberato lo stesso a costo della vita. Mai aveva veduto un tale orrore , ne mai avrebbe potuto pensare che un uomo potesse tenere un suo pari segregato in un posto del genere.

Rocco le passo la pala. Florestan avrebbe dovuto scavare, scavare la tomba per un uomo, un uomo che li aveva trascorso senza luce praticamente senza cibo gli ultimi due anni della sua vita. Un uomo che lei non sapeva chi fosse, forse uno sconosciuto, sicuramente un essere umano di carne, di sogni, di speranze, come lei, forse l’uomo che amava. Quando giunsero davanti all’orrendo luogo la sua anima esplodeva di angoscia, di paura e di sconcerto. Come era possibile che un uomo avesse fatto una cosa del genere ad un altro uomo?

La botola venne aperta, la luce filtrava pianissimo in quell’orrore e lei porse all’uomo accasciato del pane. L’uomo era spaventato, la morte gli era entrata dentro pur essendo ancora vivo e lui la sentiva attendere il suo turno….Con avidità egli prese il pane e ne mangiò. E allora Fidelio, Leonore capì che quello era l’uomo che aveva tanto cercato, proprio lui, il suo unico, grande amore : Florestan.

Il cuore le cantava, l’anima le esplodeva nel petto. E l’anima le indicò la via. Poiché l’anima aiuta in certi momenti il corpo e lo solleva. L’anima e’ l’unico uccello che sostenga la sua gabbia. E la forza le arrivò inaspettata come un vero colpo di vento che in attimo smuova la tenda a lungo rimasta chiusa.Act3_of_Fidelio_by_Beethoven_at_the_Théâtre_Lyrique_1860_-_Gallica

Pensò in fretta cosa fare. Dire la verità a Rocco, tentare la fuga, ma come da quel luogo mostruoso e con Rocco che per il rigore della sua posizione forse lo avrebbe impedito? E in quell’istante nel quale sembrava che il destino non avrebbe riservato loro nessuna vita d’uscita Pizzarro giunse. Entrò nella cella pronto a compiere l’atto mostruoso. Pronto a liberarsi da colui che lo avrebbe accusato delle sue nefandezze, che lo avrebbe esposto all’assunzione delle sue mostruose malvagità, che lo avrebbe scoperto.

Fidelio attese che Pizzarro sfoderasse l’arma, poi sfoderò la sua. “Io sono Leonore Moglie di Florestan e vi accuso!” Interpose il suo corpo al corpo del’amato. Sarebbe morta li, all’istante, se non avesse potuto liberalo, ed era certa che così sarebbe successo. Il suo uomo, distrutto dalle privazioni, dalla malinconia e dalla paura, con il corpo privato per tanto tempo di luce e di cibo, d’amore e di speranza non avrebbe retto ad uno scontro fisico con quel mostro di malvagità.

Ella puntò la pistola contro quell’uomo, che mai come adesso le appariva orribile, misero, terrificante. Ma prima che potesse esplodere il colpo fatale, i suoni del carcere giunsero fino a loro. Le trombe suonavano, il Ministro era giunto per accertarsi personalmente dell’operato del suo sottoposto Pizzarro. Il mostro si dileguò. Scappò ma venne raggiunto e imprigionato dalle guardie.

Leonore finalmente ricongiunta la suo uomo lo abbracciò con tenerezza e malinconia. Il Ministro e noi del drappello liberammo tutti i detenuti. Florestan socchiuse gli occhi quando vide la luce cristallina del cielo che da tempo non guardava più. L’amore e la fiducia lo avevano salvato dalla morte. La sua cara Leonore gli aveva restituito la vita. Era venuto il tempo nuovo. Il tempo della pace, ma avrebbero dovuto vigilare, perché la pace è una ricerca continua sulla quale non si ha mai una certezza definitiva, e solo l’impegno quotidiano degli uomini giusti fa sì che la conquista provvisoria possa durare più a lungo possibile.

La storia di Fidelio è finita, per me ormai vecchio, sarà sempre il ricordo più caro che porto nel cuore, il ricordo che in quel tempo, e in quel giorno, noi riuscimmo a riportare la giustizia alla luce del sole. La libertà che conquistammo la lasciamo al mondo in eredità affinchè fortifichi e alimenti le speranze che abbiamo generato. Questo è più di una grande vittoria in battaglia, più di tutti i cannoni e dei reggimenti di cavalleria d’Europa. E’ una ispirazione comune tutti gli uomini di qualsiasi paese. Una fame di libertà e di giustizia che non deve mai più essere ignorata.

Le nostre vite non sono state sprecate al suo servizio.

 Manu Lalli


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